Sai Baba

Cenni storici
Nasce nel 1926 a Puttaparthi, in India meridionale, e riceve il nome di Satyanaryan Raji. Fin da fanciullo ha esperienze mistiche. A partire dall’8 marzo 1940, a Uravakonda, dove frequenta la scuola superiore, entra in uno stato di esaltazione, alla fine del quale, il maggio dello stesso anno, dopo aver cominciato a materializzare vari oggetti apparentemente dal nulla, si fa chiamare Sai Baba, nome che si­gnificherebbe “Santo Padre e Madre Divina Universale” (secondo quanto affermato dai suoi devoti nella sua biografia ufficiale). Il 28 ottobre 1940 abbandona gli studi e inizia la sua missione di guru (maestro spirituale) raccogliendo molti devoti.
Sathya Sai Baba ogni anno attira cinquantamila pellegrini a Puttaparthi, dove ha sede il centro direttivo. Grazie ad un’efficiente ge­stione, tanto della sua persona quanto delle offerte, la notorie­tà di Sai Baba è in costante aumento. Infatti attorno al maestro gradatamente si è costituita una organizzazione internazionale, la «Sathya Sai Organization», con oltre 30.000 centri in 137 nazioni.
I centri sono a mezza via fra l’agenzia pubblicitaria e il tempio. Un’area sacra, in cui primeggia – accanto ai simboli di molte religioni – un ritratto di Sai Baba (vi si può accedere solo se scalzi o con i piedi rivestiti di apposite babbucce) sta accanto ad una sezione ove trionfano i gadgets: videocassette, libri, acqua consacrata, cenere ‘vibhuti’.
In Italia, il paese europeo con più seguaci di Sai Baba, ci sono una sessantina di centri sparsi nella penisola. Il primo fu fondato a Torino nel 1977 dall’ing. Mario Bianco. In seguito il movimento ha raccolto adesioni di qualche impor­tanza: Antonio Craxi (+2000), fratello dell’uomo politico Bettino; il cardiologo Alberto Caratti che prestò servizio nell’ospedale voluto da Sai Baba a Puttaparthi, e anche il sacerdote cattolico bergamasco don Mario Mazzoleni (+2001), che dopo ripetuti richiami è stato scomunicato, suscitando qualche clamore.
L’Organizzazione di Sai Baba, sia a livello internazionale che livello italiano, è suddivisa in quattro rami: 1) spirituale, 2) educativo, 3) di servizio, 4) giovanile. Il «servizio» comprende un’ampia serie di opere di solidarietà e volontariato coordinate su scala internazionale dall’Organizzazione Mondiale «Sathya Sai Seva».

La dottrina
Sai Baba afferma di essere la reincarnazione di Sai Baba di Shirdi, un musulmano onorato e rispettato anche dagli induisti, giunto nel 1872 nella città indiana di Shirdi e morto nel 1918. Sai Baba dice che dopo sua morte, da lui profetizzata per l’anno 2022, si manifesterà il ‘Prema Sai Baba’, che recherà amore divino a tutti, e avrà il probabile compito di assumere il pie­no controllo della spiritualità mon­diale, e la cui apparizione ─ secondo il pensiero di molti devoti ─ segnerà il ritorno dell’età dell’oro: un mondo di giustizia e di pace. C’è dunque una specie di trinità 1) il Sai Baba di Shirdi (+1918); 2) Sathya Sai Baba di Puttaparthi (vivente); 3) il futuro Prema Sai Baba.
Sathya Sai Baba si dichiara un ‘avatar’, termine che secondo la religione hindù, significa discesa o manifestazione della divinità sulla terra in qualche forma incar­nata. I devoti considerano quello di Sathya Sai Baba un ‘purnavatara’ = avatar integrale; mentre quello Gesù Cristo (incarnazione) fu un ‘amshavatara’ = avatar parziale. Sai Baba affida la prova della propria divinità ai miracoli a lui attribuiti. Colpisce la straordinarietà dei fenomeni di cui Sai Baba è capace: dalle sue mani esce con­tinuamente la ‘vibhuti’, una sostanza simile a cenere che avrebbe qualità miracolose. Profezia, chiaroveggenza, ma­terializzazioni di oggetti preziosi e statuette sacre: pare che nulla sia impossibi­le per Sai Baba. C’è chi lo vede trasformare fiori in diamanti o sassi in caramelle; chi sostiene di essere stato da lui guarito e, addirittura, chi gli attribuisce di aver fatto rivivere i morti.
Tutto si fonda sull’adesione a questo personaggio dotato di singolare forza di attrazione. Il movimento raccoglie numerosi seguaci in India, ma è diffuso in tutto il mondo, poiché il progetto di Sai Baba è ambizioso, e tende a unificare tutte le religioni (sincretismo). Il suo simbolo, un fiore a cinque petali, esprime bene questa idea: cinque sono le grandi religioni mondiali. Al centro della corolla si trova il linga, ossia il fallo sacro di Shiva, che Sai Baba estrae dalla propria bocca in occasione della festa del dio.
La sua dottrina non è altro che un induismo riformulato e centrato sulla sua persona, cui viene tributato un vero e proprio culto divino. L’originalità religiosa è ridotta ad un’autoproclamazione di natura messianica: Sai Baba è l’unico Dio, l’unico futuro delle varie religioni. Il suo compito è uniformare, nell’adesione alla sua persona, tutte le reli­gioni. Chi è suo seguace lo ritiene un Dio.
Egli insegna che ciò che conta non è tanto aderire a una religione (egli sostiene la possibilità della doppia appartenenza), ma la condotta. Invita a sperimentare Dio come stato di coscienza superiore che è già dentro di noi, ed è raggiungibile non tanto attraverso la conoscenza, ma per mezzo di un’esperienza diretta che non è disgiunta dal compimento del proprio dovere, e del servizio reso agli altri. Questa idea è alla base delle iniziative umanitarie (ospedali ecc.) di Sai Baba.

Punto di vista cristiano
Tra i suoi seguaci ci sono persone che, de­luse dalla religione a cui appartenevano, si rivolgono a lui con entusiasmo. Vogliono sperimentare il divino. Ne nasce anche una disponibilità ad opere di solidarietà. Inoltre egli propone di superare la molteplicità di religioni, non annullandole, ma facendone una specie di confederazione. È il Sincretismo (= tutte le religioni sono sostanzialmente uguali, sicché è possibile una doppia o plurima appartenenza oppure miscelarne i diversi elementi): si mescolano Bibbia, Corano, Veda e grandi Maestri di spiritualità, sostenendo che tutti dicono la stessa cosa. Ma in realtà ci sono differenze sostanziali e irriducibili tra le diverse religioni. Dice un proverbio: «Nella notte nera tutte le vacche sembrano nere»; ma quando c’è il sole si vede che possono essere brune, bianche, nere o pezzate. Così è per le religioni: sono tutte (quasi) uguali solo per chi non le conosce.
La divinizzazione di Sai Baba e l’assunzione funzionale di ogni altra religione sono caratteristiche di questa pretesa spiritualità che, sulla base dell’indubbia capacità organizzativa del fonda­tore, tende a inglobare anche il cristianesimo, svilendolo e snaturandolo. La fede cristiana professa l’unica incarnazione di Dio nella persona di Gesù di Nazareth, definitivo rivelatore del Padre. In base a tale fede non si può fare di Sai Baba il destinata­rio delle profezie di ogni religione.
Il clima miracolistico e di esaltazione emotiva, anche sincero, non può essere accolto in mo­do indiscriminato. La «divinizzazione» di Sai Baba, oggetto di uno sconcertante culto della personalità, è la risposta emotiva-affettiva degli adepti, la cui sete di amore si riversa sul guru, il quale diventa così unico centro di adorazione. Il bisogno di vedere, toccare, sperimentar miracoli, guarire, è probabilmente alla radice del successo di Sai Baba, la cui capacità manipolatoria ha dell’incredibile. Il forte bisogno di guarigione e d’immediata risposta alle sofferenze fisiche o morali viene soddisfatto attraverso il ricorso al prodigio. Ma ci sono casi di persone ammalate di cancro, che anziché curarsi hanno preferito andare in India in cerca di un miracolo che non c’è stato.
Questa religione ritiene equivalenti tutte le religioni, ma in ultima analisi le stempera tutte nella propria visione religiosa; tant’è che, per esemplificare, il cristiano viene da lui sollecitato a essere un buon cristia­no e nello stesso tempo a rivolgersi a Sai Baba per ogni necessità e a venerarlo, considerandolo superiore a Cristo stesso. Così anche persone pro­venienti dal cristianesimo arrivano ad adorarlo convinti della sua divinità.
Pur rispettando la coscienza di ognuno, si deve far notare che nella dottrina di Sai Baba il ruolo di Gesù Cristo unico salvatore è totalmente perso. Credere di poter restare cristiani adorando Sai Baba, è un’illusione. Concludiamo col monito dell’apostolo Paolo ai Gàlati (1,6-8), i quali dopo aver creduto in Gesù Cristo si erano lasciati affascinare da altro:

«Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema (= scomunicato)!».

Un’ultima notazione: non condividiamo la prassi di seguaci di Sai Baba che si presentano come missionari cattolici mascherando la propria appartenenza ‘sai-babista’. Lo riteniamo sleale.

Bibliografia
– Mazzoleni don Mario,  Un sacerdote incontra Sai Baba, Armenia 1991
– Alessandra Paola, Sathya Sai Baba. Una testimonianza, in  M.R.A. n. 11, p. 23-30.
– Haraldsson E., I moderni miracoli di Sai Baba, Armenia 1989.
– Maggi Paolo, Satya Sai Baba, in aa.vv. (a cura di Femanda rossini), Il ritorno degli dèi. Itinerari nel mondo delle nuove fedi , ed. Messaggero Padova 1995, pp. 49-52.
– Parisini Aldo, Sai Baba, in M.R.A. n. 9, p. 25.
– Pavese Armando, Sai Baba. Anatomia del “nuovo Cristo”, Piemme Casale M. 1992.

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